Il garante di un finanziamento è libero di accedere al credito?

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Se faccio da garante per un mutuo – o per un prestito – posso a mia volta chiedere un finanziamento? Oppure la firma a garanzia mi creerà impedimenti? Domande gettonatissime tra i futuri fideiussori.

La risposta sta a metà strada.

Il garante potrà avere accesso al credito se si avverano le seguenti condizioni:

  1. il mutuo – o il prestito – per il quale si è prestata la garanzia deve essere pagato bene, cioè con regolarità (una o due rate pagate in ritardo sono sufficienti per spedire nella lista dei “cattivi pagatori” sia l’intestatario che il garante);
  2. naturalmente devono essere rispettati i tempi di pagamento anche di eventuali altri impegni assunti;
  3. il reddito percepito dal garante è sufficientemente capiente da contenere una nuova rata, da affiancare a quelle già presenti. E qui si entra nel campo della discrezionalità delle banche e delle finanziarie a concedere credito.

In linea generale – e fatto salvo quanto scritto ai punti 1 e 2 – si può affermare che mettere una firma a garanzia oggi non crea particolari impedimenti se un domani si vuole accedere al credito al consumo, per acquistare ad esempio un elettrodomestico, un’auto o l’arredamento.

Discorso diverso se in futuro si intende sottoscrivere un mutuo o un prestito personale: in quel caso è da mettere in conto che l’istituto di credito, valutata l’eccessiva esposizione del soggetto richiedente, possa richiedere un garante. Vorrà dire che la persona a cui oggi abbiamo fatto da garante, domani avrà l’opportunità di ricambiare il favore..

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Conviene chiedere un prestito per chiudere il fido della banca?

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Cos’è un prestito personale e cosa un fido, ogni lettore dovrebbe saperlo.

Ipotizziamo quindi di avere una linea di credito di 5.000 euro, ben utilizzato (dai 3.000 ai 4.000 euro al mese) e con una spesa di gestione annua di circa 500 euro (tra interessi e oneri vari).

Se chiedessimo un prestito di 5.000 euro in 48 rate (4 anni) e ci venisse accordato, riporteremmo d’emblée il conto corrente in attivo, elimineremmo le commissioni trimestrali legate al fido, ma d’altra parte inizieremmo a pagare alla banca una rata mensile e nuovi interessi (facciamo finta che 5.000 euro in 4 anni diano vita ad una rata di 130 euro al mese, per un ammontare complessivo di 1.240 euro di interessi). Ci conviene?

LA RISPOSTA E’ NO, se pensiamo che la situazione sia temporanea e che cancelleremo il segno meno dal conto corrente nell’arco di un anno o due. Se infatti il fido ci costa 500  euro all’anno di media, in 2 anni spenderemo al massimo 1.000 euro, cioè meno rispetto ad un finanziamento ex novo.

LA RISPOSTA E’ SI, cioè è vantaggioso contrarre un prestito (e con esso chiudere il fido) se crediamo che il rientro dallo scoperto di conto andrà per le lunghe, dai 3 anni in su. A quel punto, infatti, gli interessi che pagheremo sul fido saranno superiori a quelli che invece avremmo pagato con un credito a rate.

A volte non è semplice prevedere per quanto tempo si starà in rosso, ecco quindi alcune domande utili che ci si può porre per dipanare la matassa e individuare la soluzione più adatta alle proprie esigenze.

  • Da quanto tempo (settimane, mesi o addirittura anni) il conto corrente “pesca” nel fido? Chiaramente più lungo è il periodo, più è urgente valutare la conversione di questa linea di credito in prestito (o mutuo per importi rilevanti);
  • Ci sono entrate di una certa rilevanza in vista? Se all’orizzonte non compare nulla, è difficile che ci si riesca a rialzare senza una leva finanziaria come il prestito;
  • Di solito quanta parte di fido si utilizza? Se ci sono forti oscillazioni, ecco che la linea di credito è preziosa alleata, se invece la spia (per usare una metafora automobilistica) è costantemente accesa sulla riserva, ecco che occorre metterci mano.

Se hai una linea di credito accesa e/o uno o più prestiti in corso, e ti interessa una valutazione sulla tua situazione debitoria, vai alla pagina Contatti.

Nel “carrello della spesa” imprenditori e artigiani possono mettere liquidità

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Prendete una famiglia che una volta la settimana va al super-ipermercato e riempie il carrello della spesa. Poi immaginate che domani mattina una banca si svegli e lanci sul mercato un nuovo prestito, in base al quale il capofamiglia può richiedere un finanziamento agevolato di importo pari alle spese sostenute negli ultimi 6 mesi per acquisti in generi alimentari e beni di prima necessità (a fronte della presentazione degli scontrini, sia chiaro). Secondo voi, funzionerebbe?

Naturalmente un prodotto finanziario del genere non esiste per le famiglie, ma – udite udite – esiste per le aziende. In questo caso non si parla evidentemente di carrelli della spesa, ma di formazione di scorte (il gommista che acquista uno stock di gomme, il falegname che compra legname all’ingrosso, ecc.), di acquisto di servizi reali, di reintegro del capitale circolante aziendale o di consolidamento passività a breve termine. In altre parole, quelle che sono state le spese sostenute dall’imprenditore o dall’artigiano negli ultimi 6 mesi, per l’acquisto da parte della ditta di beni destinati all’attività produttiva, possono rientrare d’emblée nelle casse della ditta sotto forma di prestito.

L’importo minimo dell’operazione è di 10.000 euro e quello massimo 25.000 euro; queste somme saranno poi da restituire in un arco temporale che va da un minimo di 2 anni ad un massimo di 10. Possono accedere al finanziamento tutte le imprese tranne cooperative, consorzi, società agricole e professionisti (a meno che non abbiano l’iscrizione REA).

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Auto usate: quando conviene acquistarle a rate

97-month-car-loanNon più tardi di ieri sera ero al telefono con un amico, il quale mi comunicava, tra le altre cose, di avere appena cambiato l’auto. Ha acquistato un mezzo usato e l’ha pagato 8.000 euro circa. Deformazione professionale, la prima domanda che ho fatto è stata: “Perché non hai fatto un finanziamento”? Risposta: “Perché avrei dovuto pagarci sopra (al prezzo dell’auto) anche gli interessi”.

Ora, senza entrare nel merito del singolo caso, mi domando: ci sono casi in cui ha senso accedere ad un prestito, pur avendo a disposizione l’intera cifra necessaria all’acquisto? La risposta è sì.

1. Quando i risparmi ammontano a 10.000 euro o meno. Se l’acquirente ha un gruzzolo da parte, ma non così consistente, che senso ha intaccarlo in tutto o in parte per l’acquisto dell’auto? Per non pagare gli interessi, risponderebbe il mio amico. Allora quantifichiamoli, questi interessi: 8.000 euro in 48 rate, ad un tasso medio di mercato del 9.96% (come rileva Banca d’Italia per i prestiti finalizzati), fanno uscire una rata di 202,75 euro al mese. Ciò significa che al termine dei 4 anni si saranno pagati 1.731,86 euro di interessi. Ma, aggiungo io, ci si sarà tenuti in mano la propria liquidità.

2. Se c’è la possibilità concreta di chiusura anticipata. Abbiamo appena scritto che prendere in prestito 8.000 euro per 4 anni costa mediamente 1.700 euro di interessi. Ma potrebbe costare addirittura meno, se dopo 1 anno o 2 il prestito viene chiuso anticipatamente. Di nuovo: perché compromettere la propria liquidità oggi, se si può accedere al credito ad un costo ragionevole e allo stesso tempo si ha la ragionevole certezza di potere estinguere anticipatamente?

3. Se i propri risparmi sono vincolati. Terzo e ultimo caso: gli 8.000 euro per acquistare l’auto ce li ho tutti, ma sono vincolati (e magari rendono pure bene). Anche in questa situazione, il gioco (cioè svincolare una determinata somma di denaro anziché ricorrere ad un prestito) non vale la candela, a meno che l’investimento non sia vicino alla sua naturale scadenza.

C’è invece un caso in cui la domanda di finanziamento è sempre da sconsigliare, ovvero quando si è in procinto di acquistare casa tramite mutuo. In quel caso, prima va presentata la domanda di mutuo (per non inficiarne il buon esito invertendo l’ordine delle richieste), poi una volta acquistata la casa si può fare il secondo passo e comprare a rate anche l’auto. 

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Riqualificazione energetica: ancora 7 settimane di tempo per dare una sforbiciata alle proprie tasse; e chi non ha liquidità, chieda un prestito

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Il decreto legge n. 63/2013 ha prorogato al 31 dicembre 2013 la detrazione fiscale per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Inoltre, lo stesso decreto ha innalzato dal 55% al 65% la percentuale di detraibilità delle spese sostenute nel periodo che va dal 6 giugno 2013 (data di entrata in vigore del decreto) al 31 dicembre 2013. Dal 1° gennaio 2014 (per i condomini dal 1° luglio 2014) l’agevolazione sarà invece sostituita con la detrazione fiscale del 36% prevista per le spese di ristrutturazioni edilizie.

Tradotto: chi ancora non ha provveduto a riqualificare la propria abitazione dal punto di vista energetico, ha ancora 7 settimane a disposizione per farlo; dopodiché, dovrà dire addio ad una agevolazione più unica che rara. Eh già, perché una detraibilità al 65% vuole dire che, ogni 10.000 euro spesi, 6.500 euro verranno recuperati, nell’arco di 10 anni.

Una condizione talmente vantaggiosa che, pur di non lasciarsela sfuggire, converrebbe addirittura domandare un prestito personale.

Facciamo due conti: se una famiglia prende 10.000 euro di prestito finalizzato alla riqualificazione dell’immobile, ad un tasso del 9,96% (media stimata oggi in Italia) e con una durata di 84 rate (7 anni), pagherà una rata di 180 euro al mese (arrotondata per eccesso). Ciò significa che in 7 anni verserà alla banca 5.000 euro circa di interessi. Una cifra inferiore ai 6.500 che invece andrà e recuperare grazie a questo straordinario incentivo.

Morale della favola: piuttosto che lasciarsi sfuggire questa opportunità, che – ripeto – sarà disponibile per altre 7 settimane, converrebbe chiedere un prestito personale. Sempre che venga concesso, è evidente.

Questi gli interventi interessati:

  • Riqualificazione energetica di edifici esistenti (valore massimo della detrazione fiscale 100.000 euro);
  • Interventi sugli involucri degli edifici (max. 60.000 euro);
  • Installazione di pannelli solari (max. 60.000 euro);
  • Sostituzione di impianti di climatizzazione invernale (max. 30.000 euro).

22 vetture “salvaportafogli”: con 140 euro al mese, in 4 anni, ci si porta a casa una Passat Variant 2.0

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Chi l’ha detto che solo le auto nuove si possono acquistare a rate?

Anche le vetture usate si possono comprare tramite finanziamento, sebbene questo tipo di operazioni siano più care rispetto a quelle proposte dalle case costruttrici quando si tratta di acquistare del nuovo.

Gli ottimi affari, comunque, sono dietro l’angolo.

Vediamo qualche esempio prendendo spunto dal numero di Ottobre 2013 della rivista “al Volante”.

Queste le 22 vetture definite “salvaportafoglio”:

  • Alfa Romeo 147 1.6 TS Progression (2009): vale € 5.400;
  • Audi A4 Avant 2.5 TDI V6 Multitronic (2005): vale € 4.100;
  • Citroen C3 1.1 Exclusive Style Techno (2009): vale € 5.000;
  • Fiat Sedici 1.6 16V Emotion 4×2 (2009): vale € 5.900;
  • Ford Focus 1.6 TDCi Plus 5p (2008): vale € 5.400;
  • Honda Accord Tourer 2.2 i-CTDI Sport (2007): vale € 6.000;
  • Kia Picanto 1.1 Trendy (2011): vale € 5.200;
  • Opel Astra TwinTop 1.6 16V Cosmo (2008): vale € 5.800;
  • Peugeot 307 SW 2.0 HDi Australian (2007): vale € 5.200;
  • Toyota Aygo 1.0 VVT-i Sol Connect 5p (2011): vale € 5.600;
  • Wolkswagen Passat Variant 2.0 TDI Comfortline (2005): vale € 5.500;
  • BMW Z4 Roadster 2.0i (2007): vale € 9.200;
  • Hyundai Santa Fe 2.2 CRDi VGT Act. Top (2009): vale € 9.000;
  • Jaguar S-Type 2.7D V6 Executive (2006): vale € 9.700;
  • Jeep Cherokee 2.8 CRD Limited (2006): vale € 7.300;
  • Lancia Ypsilon 1.2 Gold (2011): vale € 7.300);
  • Mazda 6 Wagon 2.0 CD Experience (2010): vale € 9.000;
  • Mercedes E SW 280 CDI V6 Classic (2006): vale € 9.900;
  • Suzuki Jimny 1.3 VVT JLX (2011): vale € 9.300;
  • Toyota Prius 1.5 16V (2009): vale € 8.200;
  • Volvo V50 DRIVe Polar Start/Stop (2010): vale € 9.800;
  • Renault Clio 1.5 dCi Live! 5p (2012): vale € 8.200.

Ho evidenziato in grassetto le due vetture che risultano “Consigliate da al Volante” e sulle quali faremo due simulazioni di prestito.

  • Wolkswagen Passat Variant 2.0 TDI Comfortline (2005). Ipotizziamo di avere in mano solo il denaro sufficiente al passaggio di proprietà e di richiedere un prestito di 5.500 euro finalizzato all’acquisto della vettura. Quanto dovrò restituire alla banca o alla società finanziaria che mi presta questo denaro? Naturalmente molto dipende dalla durata del prestito. Se supponiamo una durata di 48 rate (4 anni) la rata media sarà di 140 euro mese (media ricavata dai Tassi Effettivi Globali Medi pubblicati trimestralmente dalla Banca d’Italia). Alla fine dei 4 anni, quindi, avremo restituito 1.200 euro in più.
  • Renault Clio 1.5 dCi Live! 5p (2012). In questo caso il prezzo stimato per l’acquisto è maggiore (€ 8.200) rispetto al caso precedente, in quanto si tratta di un’auto del 2012. Se decidiamo di spalmare il pagamento su una durata di 72 rate (6 anni), esce una rata di 150 euro circa al mese. Al termine dei 6 anni si sarà versato nelle casse della banca (o della società finanziaria) un totale di 10.800 euro, cioè 2.600 in più rispetto ad un acquisto in contanti.

Per informazioni e/o domande di prestito finalizzato, vai alla pagina Contatti.